Tra le correnti mitologiche dello Stretto e le vigne sospese sui Peloritani, la provincia messinese svela il suo volto più nobile. Un viaggio tra viticoltura eroica, architetture rurali d’avanguardia e il fascino senza tempo di tre DOC leggendarie.
C’è un momento preciso, quando il sole cala dietro le vette dei Monti Peloritani e la brezza dello Stretto inizia a risalire i filari, in cui Messina rivela la sua vera natura: non solo porta della Sicilia, ma custode di un’aristocrazia rurale che non ha eguali nel Mediterraneo. Qui, dove il mare è un fiume di correnti e la terra è un mosaico di terrazzamenti millenari, il vino è tornato a essere il linguaggio colto di un territorio che rivendica, con orgoglio silenzioso, il suo posto nel gotha mondiale.

Il Faro: l’eleganza che sfida il tempo
Il nostro itinerario parte dal punto più estremo: Capo Peloro, lì dove Cariddi ancora agita le acque. Qui la DOC Faro trova la sua massima espressione. Vitigni come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio e il rarissimo Nocera affondano le radici in suoli che sanno di sale, granito e storia.
Il Faro non è una “piccola denominazione”, ma un gigante di finezza. Sostare in una delle tenute storiche che dominano lo Stretto significa comprendere la natura “borgognona” di questi rossi: calici che per complessità, acidità vibrante e trama tannica setosa guardano ai grandi cru internazionali, pur mantenendo un’anima profondamente isolana, forgiata dal vento e dalla luce.

Mamertino: il sorso degli imperatori
Spostandoci verso la costa tirrenica, il paesaggio muta. Le colline si fanno più dolci, ma l’intensità del terroir rimane intatta. È la terra del Mamertino, il vino amato da Giulio Cesare, che oggi vive un nuovo splendore.
Dalle vigne di Cambria a quelle di Tenuta Moreri, la rinascita di questa DOC è il racconto di una potenza equilibrata. Che sia nella versione bianca, dove il Grillo e l’Ansonica dialogano con la sapidità marina, o nella versione rossa, dove il Nero d’Avola e il Nocera creano strutture capaci di sfidare i decenni, il Mamertino è l’emblema di una Sicilia che ha ritrovato la sua chiave di lettura imperiale: un lusso autentico, fatto di terra, sole e pazienza.

Malvasia delle Lipari: il nettare del vulcano
Un viaggio a Messina non sarebbe completo senza volgere lo sguardo verso l’arcipelago delle Eolie. La Malvasia delle Lipari è la “perla” di questo tour esperienziale. Dalle scogliere di Vulcano alle vigne terrazzate di Salina, questo vitigno si trasforma in un vino passito che è la “memoria liquida” dell’estate.
Per il viaggiatore che cerca la sosta perfetta, perdersi tra le vigne di Punta Aria o di Colosi significa percepire il valore della resilienza. Qui la viticoltura diventa “architettura del paesaggio”: ogni muretto a secco è un presidio contro il tempo, ogni acino appassito al sole è un concentrato di albicocca, miele e sale marino. È il vino della meditazione, da sorseggiare mentre l’ultimo aliscafo taglia l’orizzonte.

Soste di Gusto: gli indirizzi da non perdere
1. Azienda Agricola Palari (Santo Stefano Briga)
Il tempio del Faro DOC. La visita alla villa padronale del Settecento è un viaggio nel tempo. Qui Salvatore Geraci ha salvato dall’oblio il disciplinare del Faro, creando un rosso che per eleganza viene spesso paragonato ai grandi cru di Borgogna.
Perché andarci:
Per degustare il Palari e il Rosso del Soprano in un contesto di aristocrazia rurale autentica.
2. Azienda Agricola Cambria (Furnari)
Se il Mamertino è tornato sulle tavole internazionali, molto lo si deve alla famiglia Cambria. Le loro vigne guardano il Tirreno e le Isole Eolie, producendo vini che fondono potenza vulcanica e sapidità marina. Il loro “Giulio Cesare” è una leggenda liquida.
Perché andarci:
Per scoprire il recupero del vitigno Nocera e godere di una delle migliori strutture di accoglienza enoturistica della zona.
3. Enza La Fauci (Messina, Capo Peloro)
Una cantina che è un’opera d’arte, situata nel punto più stretto tra Sicilia e Calabria. Enza La Fauci produce vini “di vento e di mare”. La sua Obli, un Faro DOC vibrante, è il manifesto di una viticoltura femminile e coraggiosa.
Perché andarci:
Per la bellezza architettonica della cantina e la vista ipnotica sulle correnti dello Stretto.
4. Tenuta Capo Faro (Salina)
Parte della collezione Tasca d’Almerita, questa tenuta è il simbolo dell’ospitalità di lusso alle Eolie. I vigneti di Malvasia arrivano quasi a toccare l’azzurro del mare. È il luogo dove la viticoltura d’alto livello incontra una ristorazione d’autore che valorizza l’orto e il pescato locale.
Perché andarci:
Per sorseggiare la Malvasia Capofaro guardando il faro che svetta sull’isola di Stromboli.
5. La Paisanella (Mirto)
Carni e salumi di suino nero dei Nebrodi: tradizione ed eccellenza artigianale. Ogni prodotto è frutto di un’attenta selezione delle materie prime e di una cura minuziosa in ogni fase della produzione.
Perché andarci:
Per acquistare e degustare salumi artigianali che conservano il sapore dei pascoli di montagna.
6. Pasticceria Irrera 1910 (Messina)
Un’istituzione cittadina che ha saputo evolversi. Qui la tradizione dei dolci messinesi (dal Bianco e Nero alla Pignolata) incontra la moderna scienza della pasticceria. È il luogo ideale per testare come i bilanciamenti tecnici (alla Leonardo Di Carlo) possano elevare i grandi classici siciliani.
Perché andarci:
Per la Pignolata messinese, un monumento gastronomico che unisce glassa al limone e cioccolato fondente.



