Il report Nomisma evidenzia un calo globale del 12%. I produttori Cusumano, Lunelli e Frescobaldi lanciano l’allarme: “Rischio eccedenze invendute con la nuova vendemmia”.
Il comparto vitivinicolo italiano attraversa uno dei momenti più complessi degli ultimi decenni. Un mix esplosivo di tensioni geopolitiche, barriere doganali e paralisi dei trasporti sta mettendo a dura prova la tenuta del Made in Italy. Secondo l’ultima analisi di Nomisma Wine Monitor, il mercato globale del vino ha registrato nel 2025 una flessione vicina al 12% a valore, assestandosi su un giro d’affari di circa 5,5 miliardi di euro.
I numeri della crisi: mercati chiave in ritirata
Il rallentamento colpisce i pilastri storici dell’esportazione italiana. Gli Stati Uniti, condizionati dai dazi, segnano un -6,2% a valore. Non va meglio in Oriente: la Cina crolla del 15%, mentre il Giappone registra una contrazione sia nei volumi che nel valore. Anche l’Europa soffre, con il Regno Unito (secondo mercato di sbocco) e la Svizzera che arretrano del 6%. Le uniche note positive arrivano dal Brasile (+1,9% a valore) e dalla Corea del Sud (+5,3%).
L’allarme di Diego Cusumano: il nodo logistico
Per Diego Cusumano, titolare con il fratello Alberto della celebre cantina siciliana, il problema non è solo la domanda, ma l’impossibilità fisica di raggiungerla:
“Questa nuova guerra, che si estende a tutto il Medio Oriente e oltre, rappresenta un’ulteriore aggravante non solo per l’export del vino ma per il made in Italy in generale. Se dazi e aumento dei prezzi hanno determinato un significativo rallentamento ora la minaccia è l’interruzione delle catene di fornitura, nello specifico in termini di logistica e trasporti. I corridoi internazionali, a causa della guerra, si stanno decisamente restringendo, con una disponibilità di carriers (trasportatori, ndr) operativi, drammaticamente alla reale, anche minima, esigenza, il che si tradurrà in costi di trasposto, ove possibile, molto più cari e perciò antieconomici. D’altro canto domandiamoci anche cosa dovremmo fare, già in questo 2026, con la vendemmia di fatto alle porte (fine agosto), con le probabili eccedenze dovute alla forte frenata non tanto della domanda estera, che permane, ma della possibilità di soddisfarla logisticamente. E se noi vignaioli, per certe tipologie di vino, siamo leggermente fortunati dacchè andrà in invecchiamento, mi domando quale sarà l’impatto su tutto il comparto enofood italiano.”
Mercati strategici a rischio e costi energetici
Sulla stessa linea d’onda si pone Matteo Lunelli, AD del Gruppo Lunelli e presidente di Ferrari Trento, che sottolinea come il conflitto stia intaccando rotte vitali:
“La guerra avrà ripercussioni sicuramente anche sull’economia: porterà problemi nei trasporti perché compromette rotte strategiche, intacca la fiducia dei consumatori, si alzano i costi dell’energia e viene coinvolta anche la zona del Middle East, degli Emirati, che è un mercato in forte crescita e anche rilevante in generale per il vino italiano e il made in Italy”.
Lo spettro delle giacenze: un'”offerta monstre”
Il rischio più concreto è quello di una saturazione delle cantine. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini (UIV), aveva già evidenziato la gravità delle giacenze:
“Abbiamo oltre 40 milioni di ettolitri di vino in giacenza e se la prossima vendemmia – ovvero quella entrante, spiegava il presidente UIV – sarà nella media con circa 50 milioni di ettolitri, avremo a fine anno una disponibilità di prodotto per circa 90 milioni di ettolitri. Un’offerta monstre che rischia di deprimere i prezzi. Non c’è proprio nulla da esultare”.
Con la vendemmia 2026 ormai prossima, il settore chiede interventi strutturali per evitare che l’eccellenza italiana resti bloccata nei porti, schiacciata da costi di trasporto insostenibili e da una geopolitica sempre più ostile.
